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La possibilità di donare come antidoto all'infelicità e al male di vivere di Anita Loriana Ronchi - dal Giornale di Brescia, giovedì 2 giugno 2005, www.giornaledibrescia.it , 31 gennaio 2005

Continua in Piazza Rovetta la Fiera del libro che oggi pomeriggio propone tre autori che esplorano il mondo dello sport.La verità di Claudio Risé: felicità è donarsi.

La possibilità di donare come antidoto all'infelicità e al male di vivere. Una conquista che permette di superare la cultura del narcisismo per aprirsi alla scoperta dell'altro e recuperare il significato più autentico dell'esistenza. I discorsi di Claudio Risé non hanno un tono accademico, e neppure sanno di "lettino dello psicanalista", ma hanno un sapore ben più accattivante: quello della verità. Lo nota l'intervistatore Paolo Ferliga, a sua volta in procinto di dare alle stampe un volume di argomento psicanalitico, nella sua rigorosa introduzione all'ospite, intervenuto nello spazio di piazza Rovetta-Largo Formentone per la Fiera del libro di Brescia.
 "Felicità è donarsi": così recita il titolo dell'ultima fatica di Risé, noto psicanalista e scrittore, autore fra gli altri del famoso "Il Maschio selvatico", che ha avuto vasta risonanza, al punto da stimolare la creazione di un vero e proprio movimento maschile, con tanto di allestimento di un sito internet (www.maschiselvatici.it), e di altri best-sellers come "Donne selvatiche", sorta di contraltare in chiave femminile del precedente. Ma il suo è un percorso che comincia da lontano, almeno dalla pubblicazione di "Parsifal" (1988), che affronta il tema dell'iniziazione all'amore e il valore di un cammino personale che ciascuno di noi «sente di poter e dover compiere per ritrovare il senso della vita». Parsifal è il giovane e splendido cavaliere che si fa carico del dolore e della malattia per risanare il re del Graal, riuscendo in tal modo «a diventare egli stesso sovrano, padrone di sé perché è uscito dalla prigione narcisista». È l'emblema della capacità di donarsi - osserva Risé - e di sconfiggere così ogni legame con la "nevrosi ossessiva", per accogliere invece quanto la realtà circostante, con le sue contraddizioni ma anche con le sue opportunità, sa offrirci. In uno scambio reciproco. «L'eroe gallese mi appariva in sogno - ha raccontato Risé, mettendo in gioco prima di tutto se stesso, anziché riferirsi (non è sua consuetudine) ai cosiddetti "casi clinici" dei suoi pazienti -. I sogni sono maestri di doni, vengono dal profondo della notte, dall'inconscio; ci portano qualcosa, ci regalano sensazioni. Lavorando sull'interpretazione, comprendevo che questo personaggio dell'immaginario collettivo segna uno sviluppo, una crescita affettiva e spirituale.
Contro la posizione dell'egoriferimento, tipica di chi non riesce a lasciarsi andare, ma si aspetta sempre una conferma della sua immagine, un'attestazione di non problematicità dall'esterno». "Diventa te stesso", è un altro titolo (di ascendenza vagamente nietzscheana) di Risé, che nei suoi scritti rielabora una serie di "topoi", dall'assenza del padre («la società occidentale è "father less" - dice - come testimoniano le guerre mondiali, che hanno visto almeno tre generazioni crescere senza la figura del capofamiglia») alla necessità del conflitto per realizzare il proprio destino, intriso di gioia e sofferenza, ma al tempo stesso sempre ricco come lo è la pienezza dell'essere. L'autore parla anche del rapporto fra esperienza del dono ed esperienza del sacro, indispensabile per afferrare la condizione di uscita dai propri angusti limiti e quindi il trascendimento del proprio io.
«È questa profondità - afferma - a fondare la consapevolezza di sé come creatura, ossia come uomo che non è frutto di un processo di costruzione tecnico-scientifica, ma è gettato nel mondo da qualcos'altro, da cui dunque dipende». E in questo ancoraggio fondamentale lo studioso rintraccia «il sentimento fortissimo di una partecipazione ad un Dio che si è fatto uomo e che si dona tutti i giorni». Il discorso riporta ancora alla relazione col padre, primo "creatore" con cui ogni bambino collauda l'accesso alla dimensione del dono, che, se proposto nella sua gratuità, permette di «non rinchiudersi nel fortino dell'ego e continuare a presidiarlo», soprattutto quando è arrivato il momento di andare alla ricerca di una propria identità.