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La neuroplasticità: il movimento è il nostro destino

di Claudio Risé, psicoterapeuta e scrittore

(dal libro Guarda, tocca, vivi. Riscoprire i sensi per essere felici, Sperling & Kupfer, 2011)

Il movimento e la conseguente trasformazione sono il nostro destino, e la consapevolezza di questo fatto è ciò che consente alla vita dell’uomo moderno di essere all’altezza del suo tempo.
Solo verso il 1990, mentre esplodeva l’Unione Sovietica e la globalizzazione riceveva una nuova, decisiva spinta, cominciarono a essere prese in considerazione le ricerche neuroscientifiche che dimostravano che il cervello umano non è una struttura definita, che si formerebbe nell’infanzia e sarebbe sostanzialmente compiuto e immutabile entro i 20 anni, bensì un insieme dinamico di circa 100 miliardi di neuroni, ognuno dei quali con migliaia di sinapsi, impegnati in un continuo movimento di formazione, trasformazione, morte e rigenerazione, prodotto fondamentalmente da noi stessi. È, infatti, ciò che noi facciamo e pensiamo, le nostre esperienze e il nostro comportamento, a modellare e costituire il nostro cervello. Un secolo dopo, la scienza «ufficiale» ha confermato l’osservazione di Freud, fondatore della psicoanalisi, che riteneva che il cervello, e in particolare gli organi di contatto tra neuroni, fossero modificati dai comportamenti, dagli affetti e dalle convinzioni maturate dalle persone. Questa scoperta segna il passaggio dal «nichilismo neurologico» precedente, che considerava inutile il trattamento dei disturbi cerebrali e dei problemi comportamentali e affettivi che ne derivavano, perché il cervello era quello che era, alla possibilità (e opportunità) di decidere chi siamo, chi vogliamo essere e dove vogliamo andare, tutte opzioni che dipendono in buona parte dalle nostre scelte. Mentre nella visione tradizionale il movimento e la trasformazione erano semplicemente impossibili, con le nuove esperienze sulla natura del cervello e sulla sua caratteristica plasticità, il movimento è riconosciuto come lo stato permanente della mente. Tutti i nostri circuiti neurali sono soggetti al cambiamento: quelli del tatto, dell’udito, della vista, del percepire, apprendere, pensare o ricordare. Dipende da noi se impegnarci consapevolmente in questa trasformazione, dandole un senso e una direzione. Oppure accettare che essa si svolga senza la nostra partecipazione, lasciandoci così condizionare da organizzazioni neurali che hanno preso forma attraverso abitudini e comportamenti spesso automatici, che abbiamo appreso a ripetere senza sceglierle, di frequente sotto l’impulso di pressioni esterne, di spinte pulsionali affermatesi nel caos affettivo dell’adolescenza, o addirittura di nevrosi. I sentieri della vita vengono tracciati dai nostri circuiti neurali, sulla formazione dei quali, però, il nostro contributo può essere decisivo. Solo noi possiamo scegliere se camminare su strade determinate da altri, o dal nostro inconscio, dai traumi subiti, o dalla pigrizia, oppure diventare i protagonisti della nostra vita, e quindi i piloti della nostra trasformazione cerebrale e gli attori consapevoli di quanto sentiamo e facciamo. «I neuroni sembrano voler ricevere istruzioni» su cosa fare «quando il loro impiego abituale sparisce, loro incominciano a rispondere alla migliore opportunità successiva» (McGovern Institute for Brain Research). Se non gliela indichiamo noi stessi, con il nostro senso di sé, ci penserà un genitore invadente, un dittatore prepotente, un guru venditore di suggestioni più o meno a buon mercato. Noi diventiamo, neurologicamente, ciò che pensiamo. Se però non vogliamo pensare nulla, e deleghiamo a qualcun altro la responsabilità di pensare al nostro posto, il nostro cervello diventerà ciò che stabilirà il nostro delegato, o il sistema delle comunicazioni, o la moda dominante.

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